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SANT'ATANASIO
IL GRANDE
A
cura di Georgios Karalìs
Fonte:
Per gentile concessione dei curatori della rivista "Italia Ortodossa"
a mezzo autorizzazione alla pubblicazione su questo sito del Direttore Dott.
Geogios Karalis. L'articolo è stato pubblicato in parti sulla rivista
"Italia Ortodossa" nelle edizioni:
-Numero
unico Novembre 1999 (pagg.21 e segg.)
-Primo
e secondo trimestre 2000 (pagg.32 e segg.)
-Terzo
e quarto trimestre 2000 (pagg.20 e segg.)
-Primo
e secondo trimestre 2001 (pagg.22 e segg.)
Si
ringrazia la redazione della rivista per il gentile contributo accordatoci.
La
presente rubrica è stata pensata per darci la possibilità di approfondire la
ragione della nostra Fede, cioè quello che i Padri hanno vissuto, hanno
sentito, hanno visto, quello che hanno ricevuto nello spirito dallo stesso
Cristo figlio del Padre, per mezzo dei suoi Apostoli. Loro, testimoni oculari e
sicure fonti di verità, hanno realizzato i carismi più alti dello Spirito che
solo Lui concede. Sicure vie di discernimento per un’epoca sincretista come
questa che, senza aver sentito e veduto e non volendo ascoltare il loro
l’insegnamento, rifiuta l’ascesi; desiderando solo compiacersi di sé, si
convince che la ragione mentale è superiore all’esperienza dell’uomo
divinizzato …
Sulle
orme del giovane Atanasio
Ci
troviamo nel IV secolo: il dominatore dello scenario politico era Costantino il
Grande, imperatore dell’impero romano. Con Costantino il Cristianesimo diventò
religione ufficiale dell’impero e cessarono le persecuzioni anticristiane.
In
quell’epoca appaiono anche le grandi eresie del mondo cristiano, di cui la
principale era l’Arianesimo. Esso prende il nome da Arios, nato in Libia nella
seconda metà del III secolo. Studiò alla scuola di Luciano di Antiochia (Tale
scuola fu creata ad Antiochia in Siria da Luciano di Samosata nel 260-270. Essa
usava il metodo grammatico-storico nell’interpretazione della Santa Scrittura,
cioè si interessava degli elementi storici che in qualche modo rivelano la
personalità di Cristo, come anche il significato evidente della Rivelazione. La
tensione di questa scuola molto spesso condusse ad un razionalismo dannoso e
precursore di eresie. Si tenga ben presente che Luciano di Samosata era un
“monarchiano dinamico”. Ossia considerava il Figlio come una forza di Dio.
Tale forza abitò nell’uomo Gesù il quale, a causa della sua perfetta eticità,
fu adottato dal Padre e diventò Figlio per grazia. Vedremo poi l’influenza
che ha avuto Luciano su Ario. Altri rappresentanti di questa scuola sono stati
Teodoro di Mopsuetias, maestro di Nestorio, Giovanni Crisostomo ecc.) e
probabilmente ancor prima ad Alessandria (La scuola di Alessandria diventò
famosa quando era diretta da Panteno. Secondo Eusebio fu creata
dall’evangelista Marco. Aveva tre caratteristiche principali: 1) la ricerca
metafisica del contenuto della fede,
2) l’influenza della filosofia platonica,
3) l’interpretazione allegorica della Sacra Scrittura. I più famosi
alessandrini furono Clemente, Origene, Cirillo ecc.). Esiste anche
un’informazione non confermata che fosse stato anche direttore della scuola
alessandrina. Tuttavia in seguito si stabilì in Alessandria dove venne ordinato
sacerdote dal Vescovo Pietro. In seguito fu prima sospeso, ma poi nuovamente
accettato nel clero dal Vescovo Achillà succeduto a Pietro. Passato Achillà,
Ario aiutò Alessandro a diventare Vescovo di Alessandria. Tuttavia si scontrò
ben presto con lui a causa dell’opinione contrastante su di un versetto della
Sacra Scrittura che si riferiva alla “Persona del Figlio di Dio”. Tale
versetto era stato diramato dal neo Vescovo Alessandro a tutti i sacerdoti per
raccoglierne la loro interpretazione personale. Alessandro vide nella
spiegazione di Ario uno sforzo per sottovalutare la “Persona del Figlio”.
Dai vari incontri personali tra i due, venne chiarito che Ario insisteva nella
sue posizioni ed in particolare considerava Alessandro un sostenitore di
Sabellio . Malgrado tutto, il Vescovo inizialmente non reagì, ma
successivamente lo mandò in esilio. Ario andò in Palestina, Siria ed Asia
minore dove convinse molti Vescovi tra cui Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di
Cesarea. I Vescovi si incontrarono intorno ad Ario e giustificarono le sue
posizioni durante un sinodo, col quale chiesero la riammissione di Ario nella
Chiesa. Ario scrisse una Apologia che fu votata dal Sinodo a Nicomedia e
trasmessa come epistola al Vescovo di Alessandria. Esso a sua volta
come risposta, convocò un Sinodo in Alessandria del 318 che confermò la
condanna di Ario. L’eresia di Ario assunse varie dimensioni e raccolse molti
consensi tra i fedeli. Alle discussioni teologiche partecipava anche il popolo e
i pagani deridevano i cristiani riuniti nei loro teatri.
Ario
insegnava che “uno è Dio” ingenerato ed esistente da sempre (epistola ad
Alessandro). Vicino a Dio una forza impersonale, la “Sofia”: è il Verbo.
Dio era Dio senza essere Padre: Dio non era sempre Padre, ma lo diventò solo
successivamente, quando volle creare il mondo e così creò un essere, il
Figlio. Si chiama “Sofia” e “Logos”, per cosiddire. Esistono due Sofie:
una impersonale ed una personale, il Figlio (il quale è la seconda Sofia) che
è creato. Il tempo presente comincia con la creazione del Figlio, il primo
generato, l’architetto della creazione. Non è perfetto Dio perché non
conosce e non vede il Padre ed è
“treptos” (mutabile), come tutti gli essere umani. Per cosiddire si può
chiamare “Dio”, come tutti gli esseri umani.
Questa
discussione, questo scandalo ed inimicizia che si è creata in Egitto, non
poteva essere affrontata con la mano impotente del suo Vescovo Alessandro.
Fortunatamente Dio ha dato al Vescovo, per questo tema, un aiutante molto
capace: fra i suoi preti c’era anche un giovane diacono, poco importante e
piccolo di statura, ma con un’anima tanto calorosa e luminosa che risplendeva
dai suoi occhi. Questo giovane si chiamava Atanasio ed era destinato a riempire
l’Ecumene cristiana con la sua fama. Aveva solo vent’anni quando cominciò
questa disputa. Anche se era giovanissimo, aveva già scritto due discorsi: il
primo “Discorsi contro i Greci” (ossia: greci uguale pagani) ed il secondo
“Discorso per l’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua manifestazione
(Epifania) verso di noi”. In tutti e due questi discorsi emergono una teologia
profonda, una fede potente, una continuità con quello che videro i
profeti, con quello che insegnarono i Apostoli e con quello che la Chiesa ereditò
dai Padri. Il tutto espresso con quell’arte retorica tipica degli antichi
Greci: Atanasio si affermava così come uno dei migliori campioni della
rinascita dell’insegnamento cristiano dell’epoca! La sua anima era piena dei
principi e delle speranze del cristianesimo e la sua fede lo spingeva ad usare
la cultura del suo secolo mondano, per abbattere il pensiero di questa epoca
pagana. Se aggiungiamo a tutto questo, la sua natura particolare, cioè la
grande intelligenza, lo spiccato senso pratico ed il suo coraggio, avremo una
piena conoscenza della personalità di Atanasio.
Atanasio
capì subito il pericolo che minacciava la fede cristiana. Ario rifiutava di
riconoscere il mistero Trinitario. E’ stata questa da sempre una tentazione
del pensiero filosofico dell’uomo che non riesce, con la logica, a capire il
mistero di Dio. E siccome “Dio”, per la filosofia greca, era “l’assoluto
uno”, questo uno non poteva essere anche trino perché l’affermare che
“uno è uguale a tre” era una cosa completamente illogica. Per questo motivo
Ario riconosceva come Dio il Padre: uno è quindi l’assoluto uno ed il Figlio
diventava così una creatura. La conseguenza di questa filosofia, che Atanasio
aveva intravisto, era l’impossibilità per l’uomo di divinizzarsi, ovvero di
innalzarsi verso Dio. Questo errore era determinato dal fatto di considerare
lo stesso Salvatore non Dio e dunque di parlare solo di un miglioramento
etico dell’uomo e non di una divinizzazione. Quando Atanasio concepì questo
errore, si buttò nella lotta e dedicò tutta la sua vita, tutte le sue forze
alla difesa del Logos incarnato, con tanta devozione cristiana e tanto coraggio,
che presto diventò “il più santo di tutti gli eroi, o meglio, il più eroe
di tutti i santi.”
Questa
era la situazione quando Costantino, dopo la sua vittoria su Licino, arrivò a
Nicomedia (che in quell’epoca era ancora la capitale dell’Impero di fatto,
dal momento che Diocleziano vi portò il governo imperiale). Ortodossi e Ariani
avevano chiesto la sua protezione. Costantino, che non voleva questa confusione,
in quanto rischiava di creare una guerra civile nell’impero, scrisse una
epistola con la quale chiedeva alle due fazioni di lasciare la contesa e cercare
un accordo per far ritornare la pace nella Chiesa. Ma le cose non andarono così
ed Ario, che andò davanti all’imperatore, confuse così tanto Costantino, che
non capiva molto su queste discussioni, che gli creò molti dubbi. Tuttavia
l’inimicizia e la confusione continuarono nell’Impero e si rischiò di non
arrivare ad una soluzione. Così Costantino capì che sarebbe stato necessario
convocare un Concilio Ecumenico, quale intervento risolutivo, cosa che fece nel
325 a Nicea.
(Continua
alla pagina seguente...)
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