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S.Gregorio l’Illuminatore e Vescovo della Grande Armenia

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S.Gregorio nacque verso l’anno 240. Era figlio di Anak il Parto ed era imparentato col Re d’Armenia Koussar, che fu assassinato da Anak, su ordine del re di Persia Artasuras. Per questo crimine tutta la famiglia di Anak su sterminata, tranne Gregorio e uno dei suoi fratelli, perché erano ancora bambini, ma vennero tuttavia esiliati a Cesarea di Cappadocia.

Nel corso di questo esilio in territorio romano, Gregorio fu istruito alla comprensione della fede cristiana e battezzato. Tiridate, uno dei figli del Re assassinato da Anak, fu anch’egli esiliato dal Re dei Persiani a Cesarea. Avendo saputo questo, Gregorio si mise al suo servizio, senza tuttavia rivelargli la sua origine. Qualche tempo dopo Tiridate ritornò di nuovo sul trono dell’Armenia, grazie ai Romani, in ricompensa del grande servizio che egli aveva reso all’impero. Lungi dal riconoscere in ciò la mano benevola del solo Dio creatore e benefattore dell’Universo, Tiridate diede immediatamente prova di uno zelo fanatico per il culto degli idoli.Disprezzando ogni riconoscenza verso colui che lo aveva servito nei giorni difficili del loro esilio, il Re si scagliò con furore verso Gregorio che rifiutava di rinnegare il Cristo. Egli lo sottopose a una serie di torture così crudeli e svariate quali solo l’immaginazione di un demone poteva suggerirgli. Lo fece sospendere a un cavalletto, lo fece flagellare per giorni interi, gli fece fracassare le ossa delle gambe mediante la compressione tra due assi. Lo fece correre dietro di lui dopo avegli conficcato dei chiodi sotto la pianta dei piedi. Gli fece mettere la testa in un sacco pieno di carboni ardenti, e gli fece subire così tanti tormenti impossibili da elencare. Ma rivestito dall’invincibile corazza della fede, Gregorio restò immune e non cessava di rendere grazie a Dio che lo aveva reso degno di soffrire nel Suo nome. Quando Tiridate apprese che Gregorio era il figlio dell’assassino di suo padre, la sua rabbia raddoppiò. Egli fece gettare il Santo in una fossa profonda piena di rettili e di ogni sorta di animali velenosi, nei pressi del monte Ararat. Gregorio vi restò per 15 anni, nutrito segretamente da una vedova. Nel frattempo Tiridate divenne così pazzo, che perse ogni dignità umana si mise a vivere insieme ai porci, camminando a quattro zampe e divorando la sua carne. Sua sorella Kussarodukta, apprese nel corso di un sogno, che il re poteva essere guarito solo per l’intercessione di Gregorio. L’atleta di Cristo venne allora tirato su dalla fossa dove era stato gettato , e con sorpresa di tutti apparve in pieno vigore e salute. Il Santo guarì il Re e lo convinse a diventare cristiano per salvare la sua anima dal castigo eterno, ben più terribile di quello che aveva sofferto durante la sua follia. Tiridate e sua sorella, aiutarono con le loro mani a costruire una chiesa in onore di S.Ripsima e delle sue compagne, che lui stesso aveva fatto martirizzare. Gregorio battezzò il Re e i suoi notabili e un gran numero di persone nell’Eufrate( verso il 290 ca.) . I sacerdoti pagan distrussero i loro tempi con le loro mani e, dopo aver ricevuto il Santo Battesimo e l’imposizione delle mani da Gregorio, divennero sacerdoti del Dio Altissimo, e così in poco tempo tutta l’Armenia fu ricoperta di chiese e risuonò dovunque il canto degli inni divini. Dopo aver ristabilito la pace in Armenia e nelle contrade vicine, S.Gregorio si ritirò con alcuni discepoli nella solitudine di una grotta digiunando e mangiando una sola volta ogni 40 giorni, pregando continuamente Dio. Come consolazione egli designò uno dei suoi due figli che aveva avuto durante la sua giovinezza, Aristakes, come Arcivescovo della Grande Armenia.Costui prese parte al Concilio di Nicea (325) e proseguì degnamente l’opera di suo padre. Gregorio si addormentò in pace nel 325, per gioire eternamente della luce della SS.Trinità, con la quale aveva illuminato il suo popolo.
A quel tempo Gregorio, che era un semplice monaco, andò a Cesarea per ricevere dal metropolita Leonzio la consacrazione di Katholikos e Patriarca d’Armenia, diventando così la figura primaria della nuova comunità religiosa cristiana. In tutta l’Armenia vennero costruite chiese, conventi e scuole cristiane con la benedizione e l’aiuto economico del sovrano. La più importante di queste città fu Echmiadzin, che divenne il fulcro della cristianità armena.

Gregorio continuò la sua campagna di evangelizzazione per diversi anni, rischiando spesso la vita a causa delle continue minacce dei vari signori locali ancora fedeli alla religione pagana, ma alla fine si ritirò sulle montagne di Akilisene, dove continuò a vivere come un asceta. Affidò l’amministrazione della comunità cristiana a suo figlio Aristakes che era stato consacrato sin dal 318, in qualità di vescovo d’Armenia, Aristakes partecipò nel 325 al Concilio di Nicea, proclamato dall’imperatore Costantino I per discutere e fissare alcuni importanti punti della fede cristiana.

Nello stesso anno, Gregorio morì in solitudine sul monte Sepouh. Suo figlio Aristakes venne ucciso successivamente nel 333 a Sofene da Archelao, un funzionario al servizio di Roma, al suo posto, in qualità di III Katholikos fu eletto suo fratello Vrtanes che coprì l’incarico dal 333 al 341. Entrambi vennero canonizzati santi dalla Chiesa apostolica armena.

Le reliquie
Le reliquie del santo vennero portate inizialmente nel villaggio armeno di Tharotan, ma in seguito si sparsero in varie locazioni, la sua mano destra si troverebbe a Etchmiadzin e con essa viene benedetto ogni nuovo Katholikos, quella sinistra a Sis. Il cranio si trova a Napoli nella chiesa di San Gregorio Armeno, trasportato da Costantinopoli per sottrarlo alla furia iconoclasta. È inserito in uno splendido reliquiario in argento di manifattura napoletana, commissionato nel 1788 dalla badessa Anna Maria Ruffo. È venerato come patrono principale nella città di Nardò in seguito al miracolo del 20 febbraio 1743, in seguito a un terribile terremoto. Nella Cattedrale di Nardò è custodito un pregevole busto argenteo, di fattura napoletana e un’insigne reliquia dell’avambraccio del Santo, donata dall’allora Arcivescovo di Napoli Cardinale Corrado Ursi, già Vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli.

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S.Parasceve martire di Roma

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S. martire Parasceve di Roma

santa Parasceve nacque a Roma sotto l’imperatore Adriano da genitori cristiani, ricchi e pii, che avevano ottenuto con le loro preghiere la sua nascita. Essi morirono quando la figlia aveva ventisei anni e Parasceve vendette i beni che aveva ereditati e distribuì il ricavato ai poveri; poi si ritirò in un monastero femminile della città. Dopo un certo tempo abbandonò il monastero per predicare pubblicamente la dottrina cristiana, ma, denunciata da alcuni giudei ad Antonino Pio come ostile alla religione ufficiale, comparve davanti all’imperatore, il quale, vanamente, dapprima con promesse poi con minacce, tentò di farla apostatare. Per punirla fece riscaldare sulla fiamma, fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le posero sul capo senza alcun danno per lei. Molti pagani vedendo questo prodigio si convertirono e l’imperatore li fece uccidere o esiliare. Riportata in prigione, un angelo viene a confortare Parasceve e la libera dai ceppi. L’indomani viene condotta nuovamente davanti all’imperatore che la fa appendere per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, ma senza alcun successo. Si ricorre allora ad un altro supplizio: viene preparata una grande caldaia piena di olio e pece bollente ed in essa viene immersa la santa; ella con le proprie mani getta sul viso dell’imperatore uno spruzzo del liquido bollente e alla fine esce ancora una volta indenne; Antonino si converte, lei lo guarisce delle sue piaghe e lo battezza! Successivamente Parasceve si reca in altre città per continuarvi il suo apostolato: arriva in un paese governato da un certo Asclepio che la interroga sulla sua religione e rimane turbato dalle sue risposte; poi la fa condurre fuori della città in una grotta abitata da un terribile drago. Ella traccia un piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono battezzati. Alla fine Parasceve arriva in una città governata da un certo Taresio che si oppone egualmente alla predicazione del Vangelo e ricorre al supplizio della caldaia nella quale viene versato oltre all’olio e alla pece, anche piombo, ma la santa non soffre alcun danno. Successivamente viene fatta sdraiare a terra, inchiodata con dei paletti, duramente colpita con flagelli e riportata infine in prigione: durante la notte le appare Cristo circondato dagli angeli che la guarisce da tutte le sue ferite. In occasione di una nuova comparsa davanti al governatore, Parasceve si fa condurre nel tempio di Apollo e apostrofa la statua dell’idolo affermando che non ha alcun valore; Apollo risponde che egli non è affatto un dio. Allora alcuni sacerdoti ingiuriano la martire, la cacciano via dal tempio e chiedono con alte grida a Taresio di metterla a morte. Egli la fa decapitare, ma la martire non muore senza aver pronunciato prima un discorso apologetico. I fedeli raccolgono il suo corpo. Lo seppelliscono segretamente e la tomba diventa meta di pellegrinaggi e numerosi miracoli vi si compiono. Nell’Italia meridionale è venerata con i nomi di s. Venera, Veneria o Veneranda.

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